1)   Chiama per scrivere lettere!

Israele, scambio di priggioneri con Hizbollah   - 16 luglio 2008

Leggere l'articolo pieno, in inglese  http://www.take-a-pen.org/CallForAction/CFA.html

Ehud Goldwasser z”l

Eldad Regev z”l

Samir Kuntar

 

2)   Manifestazione “Case Demolite” - Lettera Aperta  - Fabrizio Gallichi, Napoli

3)   La viltà dell’Onu e il coraggio di re Abdullah - Fiamma Nirenstein, Il Giornale - 9 marzo 2008

                                                                              LA VOSTRA PROSSIMA LETTERA

4)   Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei   - Fiamma Nirenstein  

5)   A Sderot sotto i razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime  (Click to read!) - Fiamma Nirenstein

6)   Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima     -  Fiamma Nirenstein

7)   Viva Israele! – Magdi Allam - «La difesa della sacralità della vita coincide con il diritto a esistere dello Stato ebraico»

8)   Introduzione: Palestinesi ed altri rifugiati         -  Endre Mozes  

            Altri profughi dimenticati                - Silvia Golfera – di Morasha.it  

9)   Sauditi chiedono il suicidio di Israele –  “proposta di pace”      - Giorgio Israel

10) L'Europa è finita - parola di Mark Steyn           - Daniel Pipes -

11) La fine della Guerra - Haifa: Il giorno dopo          - Reuven Sonsino

12) Hezbollah addestra bambini alla guerra!               - La STAMPA

13) Israele accelera: via alla nuova offensiva            -  Fiamma Nirenstein:

14) IL Tempo.it: Petizione del padre di una vittima dei kamikaze contro il film «Paradise now»                                                   

15) Al Segretario Generale Sua Eccellenza Kofi Annan,  C/o Nazioni Unite

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2)      Manifestazione “Case Demolite

Lettera Aperta

 

Gentile Assessore,

 

ricevo il Suo invito alla manifestazione “Case Demolite” riferita alla triste condizione delle popolazioni in Gaza, ma purtroppo il Suo cortese, ma tardivo invito, mi impedisce partecipare.

Mi dispiace non poter assistere alla proiezione del documentario che – immagino – non mostrerà anche le case degli israeliani colpite dai razzi che partono da Gaza.

Tengo a dirLe, tuttavia, che approvo il fatto che la mia Provincia sostenga una iniziativa che vede israeliani occuparsi di ricostruire le case dei palestinesi.

La situazione in Medio Oriente non  è facile e molti la percepiscono da una prospettiva limitata.

C’è chi è preoccupato che l’Iran si doti della Bomba Atomica, ma l’epoca delle manifestazioni contro questa facoltà bellica è trascorsa ormai da tempo.

Fabrizio Gallichi

vice presidente Comunità Ebraica

di Napoli

Consigliere U.C.E.I.

 
C’è chi si preoccupa dei diritti civili delle donne, delle libertà religiose e politiche senza tener conto che la cultura di quella parte del mondo è talvolta fatta anche di tali privazioni e perciò accettabile.

C’é, poi, chi si indigna  per il paragone fatto da qualcuno tra Gaza ed Auschwitz, non io.

Pensi con me a quegli uomini cui è stata sottratta ogni umanità che lanciano dalle loro misere baracche razzi contro le case dei civili tedeschi, che seminano il terrore nelle città, che, superati i reticolati, fanno saltare in aria i grandi magazzini della Germania.

Certo ci sarebbero anche vittime civili, bambini, ma il loro numero sarebbe inferiore a quello che produrrà l’atomica iraniana, e se non ci preoccupiamo di questa reale possibilità perché preoccuparci di quella che risiede nella irrealtà.

Per professione costruisco case ed approvo che la mia Provincia sostenga un progetto di restituzione di case in una prospettiva di pace.

 

 
In questa ottica mi pregio darLe un consiglio, sosteniamo – giusto per par condicio –una associazione palestinese che si occupi di restituire la vita alle vittime dei razzi che partono da Gaza.

Conti pure sul mio contributo finanziario.

 

Napoli lì 13.02.2008

 Fabrizio Gallichi

    vice presidente Comunità Ebraica di Napoli

 Consigliere U.C.E.I

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3)             PREGASI SCRIVERE LA VOSTRA PROSSIMA LETTERA  A PROPOSITO DEL SEGUENTE SOGGETTO:

           La viltà dell’Onu e il coraggio di re Abdullah *
         
by : Fiamma Nirenstein
            Pubblicato domenica 9 marzo 2008, Il Giornale

Fiamma Nirenstein

 Due storie e una morale circa l’attentato terrorista che ha falciato a colpi di Kalashnikov otto ragazzi dai 15 ai 26 anni e ne ha feriti una decina. Il terrorista, l’arabo israeliano Ala Abu Dheim del quartiere gerusalemitano di Jabel Mukaber, era ben preparato; i suoi passi fino a dentro alla Yeshiva sono stati studiati e precisi.

Nella biblioteca, raggiunta senza ostacoli, ha usato il suo Kalashnikov sparando centinaia di pallottole, e aveva altri due caricatori pieni pronti per l’uso. Ieri si è venuto a sapere che suo fratello era stato interrogato nel passato per aver cercato (e forse concretizzato) un rapporto con gli Hezbollah; lui era rimasto nell’ombra ma il suo ambiente era di netta simpatia per Hamas. In più, nei giorni scorsi era andato vantandosi in giro: «Sentirete presto parlare di me».

 

 I fratelli e in genere tutta la famiglia sono israeliani, ovvero godono di pensione, assistenza, dei diritti degli israeliani. Niente disperazione da disoccupazione o fame, ma l’adesione all’ideologia di chi vuole distruggere Israele, ovvero Hamas e Hezbollah. La famiglia è benestante e nota nella zona, e si vanta dell’accaduto. Ieri ha trattato gli israeliani, specie giornalisti, che andavano a guardare le bandiere di Hamas che sventolavano sulla loro casa, come fossero loro i colpevoli del disastro. Anche in Giordania la famiglia del terrorista è ramificata e importante e, pare, con 
 buoni contatti a corte; però, quando ha montato la tenda del lutto, la polizia di Re Abdullah gliel’ha impedito.


 Questa storia sfata due miti: il primo, che i terroristi siano disgraziati senza speranza, quasi costretti a uccidere. Il secondo: non è affatto scritto che un Paese arabo, per paura delle reazioni dei propri integralisti islamici, debba voltarsi dall’altra parte di fronte all’odio antisraeliano.

Anche Abdullah aveva certo visto in tv le ripugnanti manifestazioni di gioia che a Gaza come a Ramallah avevano festeggiato la strage. È stato bravo il giovane re, che ha così delegittimato il terrore. Al contrario, per esempio, dell’Onu l’ha legittimato non riuscendo nemmeno a ondannare la carneficina di alcuni ragazzi in preghiera, mentre non ha problemi a protestare perché Israele «usa mezzi sproporzionati». Ma come?

Quali sarebbero i mezzi proporzionati in una guerra in cui di fronte all’esercito n’organizzazione integralista prende di mira volutamente i civili altrui e usa i propri come scudi umani? Forse l’Onu vuole suggerire che Israele deve lanciar e una pioggia di missili su Gaza, eguale a quella che cade su Sderot giorno e notte?

 

Secondo capitolo: l’Egitto in questi giorni aveva cercato, incontrando leader di Hamas e della Jihad islamica di concludere un cessate il fuoco. Ma ora Omar Suleiman, ha rinunciato: Hamas non intende affatto fermare i razzi, nemmeno durante la visita ormai cancellata di Suleiman in Israele. Fonti egiziane ieri aggiungevano che forse la Siria ha ispirato a Hamas la linea della durezza per tenere accesa l’attenzione mondiale su Israele: così il prossimo summit della lega Araba che si terrà a Damasco sarà tutto un urlo di odio contro Israele e non si parlerà di come la Siria cerchi di piegare il Libano tramite gli hezbollah. Questo complicato intreccio ha sempre alle spalle un grande burattinaio, che sovrintende a Siria, Hezbollah, Hamas. L’Iran, che ha un solo scopo: evitare ogni processo di pace.

Questo fronte attaccherà sui vari terreni prescelti, con buona pace di chi come Massimo D’Alema cercherà di parlamentare con l’una o l’altra parte dello schi eramento e che verrà preso in giro e ingannato.


Questa è la morale che emerge dall’osservazione di questi giorni. Il giovane terrorista che ha colpito era forse in contatto, pilotato, dagli Hezbollah; era anche un simpatizzante di Hamas. Di fronte a noi ci sono una serie di organizzazioni che oggi possono contare anche su una nuova manodopera, gli arabi israelini (certo, solo una parte!) che considerano Israele un nemico ortale.


Lascia il tuo commento

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* In English: The cowardliness of the UN and the courage of King Abdullah

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4)             Il mondo arabo continua a non riconoscere Israele come Stato degli ebrei

            Fiamma Nirenstein                                                                               Gennaio 2008

Tra speranze e delusioni è iniziata l’era del dopo Annapolis, con la preoccupazione che tutto cambi perché nulla cambi.

Nella settimana della Conferenza di Annapolis altri due eventi hanno segnato il calendario: il 29 novembre è stato il sessantesimo anniversario della partizione territoriale stabilita nel 1947 dall’Onu che suddivideva il territorio del mandato britannico fra Israeliani e Palestinesi. Per inciso ricorderemo che David Ben Gurion accettò la decisione mentre l’intero mondo arabo rispose con l’aggressione di cinque eserciti al piccolissimo nuovo Stato. L’Onu non ebbe niente da dire per difendere la sua creazione.

Sempre nella settimana di Annapolis, papa Benedetto XVI ha parlato delle Nazioni Unite come di una grande delusione morale, denunciato il relativismo dell’Onu, il suo opportunismo, la sua incapacità di porsi in maniera inequivoca dalla parte della giustizia.

Menzioniamo questi tre eventi perché essi ci dicono di come sempre “tutto cambi perché niente cambi”. Ancora oggi il problema del novembre del 1947 si è ripresentato ad Annapolis come se tante guerre e tanti morti nel conflitto israelo-palestinese avessero invano marchiato la storia di questi sessant’anni. La questione della legittimazione sembra intatta, come il ritratto di Dorian Gray. Il conflitto israelo palestinese viene accompagnato dal medesimo cinismo che negli anni ha punteggiato l’azione del consesso internazionale, specie dell’Onu, nei confronti di Israele. Nella ricorrenza del 29 novembre invece di festeggiare la nascita di Israele l’Onu ha marchiato la giornata con una cerimonia di lutto per il popolo palestinese in cui sono state esposte solo la bandiera palestinese e quella delle Nazioni Unite, e anche negli anni scorsi ha dimostrato la sua gioia prima con l’esposizione di una grande carta da cui mancava completamente Israele (nel 2005) e poi con una mostra sulle sofferenze dei profughi (2006).

Nonostante le parole di pace e lo sforzo americano, il segno di Annapolis è quello di una sostanziale mancanza di legittimazione nei confronti dello Stato Ebraico....                   ( continua http://www.fiammanirenstein.com/articoli.asp?Categoria=4&Id=1889  )  

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5)      A Sderot sotto i razzi, dove la gente ha esaurito la pazienza e le lacrime Click on title to read!) - Fiamma Nirenstein - 24 gennaio 2008 

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6)      «Allarme Onu: Hezbollah è più forte di prima»


Fiamma Nirenstein
Dal GIORNALE del 26 ottobre 2007

Forse ha aspettato troppo il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon quando, in un rapporto per il Consiglio di Sicurezza, mercoledì ha dichiarato «sconcertante e in piena contraddizione con i termini della risoluzione 1559» il fatto che gli Hezbollah abbiano «ricostruito e persino aumentato la loro capacità militare» rispetto a quel luglio del 2006 in cui trascinarono Israele in guerra.

[
Leggi il resto ... ]

Eyal Mizrahi on dom 28 ottobre 2007

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7)      Viva Israele!

  1Iuglio 2007

 http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/05_Maggio/13/magdi_israele.shtml

 

ANTICIPAZIONE Nel nuovo libro, Magdi Allam parte dalla sua esperienza per denunciare l'ideologia del jihadismo

«La difesa della sacralità della vita coincide con il diritto a esistere  dello Stato ebraico»

 

Cari amici, ciò che vi accingete a leggere è una testimonianza di fede. La mia fede profonda e incrollabile nella sacralità della vita. La vita di tutti: la mia, la tua, la sua, la nostra, la vostra, la loro. Dei musulmani, in mezzo ai quali sono cresciuto dibattendomi tra il bene e il male; dei cristiani, che mi hanno educato a coniugare fede e ragione; degli ebrei, che si sono inverati in me nella straordinaria metamorfosi da pacifici spiriti ingiustamente perseguitati in fiere persone giustamente risolute; di tutti gli uomini di buona volontà, nei quali ho scoperto il fascino della vitalità interiore che aspira ai nobili ideali della fratellanza e dell'amore (...)- In queste pagine ho voluto raccontarvi il mio lento e sofferto percorso esistenziale dall'ideologia della menzogna, della dittatura, dell'odio, della violenza e della morte alla civiltà della verità, della libertà, dell'amore, della pace e della vita. Fino a maturare il pieno convincimento che, oggi più che mai, la difesa del valore della sacralità della vita coincida con la difesa del diritto di Israele all'esistenza. Perché io posso testimoniare che nel momento in cui, nell'Egitto degli anni Cinquanta e Sessanta, si è negato il diritto di Israele all'esistenza, si è messo in moto un processo nefasto e irrefrenabile che ha coinvolto tutti coloro che vengono catalogati come «diversi» e finiscono per essere condannati come «nemici».

Si è cominciato

 

(Magdi Allam)

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8)      Altri profughi dimenticati
Un Introduzione: Palestinesi ed Altri Rifugiati

                        Endre Mozes*              - 16 Iuglio 2007

 

Il 98% dei rifugiati palestinesi ufficialmente dichiarati non hanno mai vissuto in Israel, percio` non possono mai essere usciti dall'Israele.

 

Altri rifugiati attorno al mondo come gli 800.000 rifugiati ebrei, che sono scappati da stati Arabi, affrontando dei grandi pericoli e molte avversita` sono stati di solito assorbiti dal loro nuovo paese entro una decade o due.

 

Ma non i palestinesi - perche` i loro leaders hanno preferito coltivare questo status di rifugiati per ben 60 anni, sia come una fonte, senza precedenti, di incessanti aiuti internazionali, sia come una giustificazione o meglio un pretesto per delle violenze mai visto.

 

Leggere qui sulla sorte di altri, veri rifugiati.

 

(*)  E. Mozes - Presidente, Take-A-Pen

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Altri profughi dimenticati
     Silvia Golfera                                          -  Giugno 25, 2007

"...Donne, bambini, anziani. Gli uomini non c'erano. Stipati nei pullman, ci diedero coperte, perché faceva freddo. Ci avvolgemmo tutti tremanti, fra i pianti dei bambini piccoli e il vociare confuso dei profughi. Dopo l'appello, i pullman partirono tutti in fila, per Alessandria, e di lì saremmo salpati... Alcuni poliziotti egiziani salirono armati sui pullman...e con aria spavalda confiscarono...oggetti d'oro che le profughi avevano addosso...Un poliziotto pretese anche la fede di una profuga".

Così Carolina Delburgo, signora bolognese di origine egiziana, racconta la cacciata della sua famiglia e di molti altri correligionari, dall'Egitto, dopo la crisi internazionale del 1956, quando Nasser, nazionalizzato il canale di Suez, ne impediva il transito alle navi israeliane. Fu il primo di una serie di conflitti con Israele. Il più grave quello del 1967, con la guerra dei Sei giorni. Gli ebrei egiziani ne pagarono un prezzo altissimo.

Da Radio Cairo, il 25 maggio 1967, la voce di Nasser tuonò non solo nelle case egiziane, ma in tutta l'Africa mediterranea: "Il mondo arabo è fermamente deciso a cancellare Israele dalla carta del mondo". Dei 100.000 ebrei egiziani del 1948, ne resistevano nel 1976 circa 200.

Una vicenda questa di cui si parla poco, ignorata dai media e dagli storici. Una vicenda troppo calda, forse, perché la si possa affrontare in un momento tanto gravido di tensioni. L'ha raccontata Magdi Allam, sulle colonne del Corriere della sera, in un articolo del novembre 2004, dove scrive che "perdendo i loro ebrei, gli arabi hanno perso le loro radici e hanno finito per perdere se stessi".

Rinnegare se stessi, o parte di sé, comporta sempre un prezzo alto, in termini di identità e di equilibrio. 'Rinnegare l'anima' è parente stretta del 'venderla al diavolo', ricorda Allam. Purtroppo le tragedie che percorrono il mondo mussulmano sono una conseguenza pure di quelle scelte.

Alcuni anni fa un breve documentario di Pierre Rehov, "L'esodo silenzioso", fu presentato a Milano, prima di sparire dalla circolazione. Eppure l'esodo degli ebrei dai paesi mussulmani ha segnato una ulteriore pagina nera di quel nerissimo secolo ventesimo da cui non riusciamo a liberarci.

Il libro di Carolina Delburgo, delicata storia familiare, ha il merito di resuscitare la memoria di un evento che, con i suoi pogrom sanguinosi, la sobillazione dei furori popolari, la demonizzazione del nemico, gli espropri e le prepotenze, ha rivaleggiato nei metodi, se non nei risultati, con la politica antisemita di Hitler.

"Quella sera gli ufficiali perquisirono la casa, e non trovando nulla per incolparci, invitarono mio padre e la zia Sara...a seguirli per "delle formalità" da fornire al commissariato. Da quel momento mio padre e mia zia sparirono nel nulla", racconta l'autrice.

Ha termine così quella convivenza, non sempre pacifica, ma comunque proficua e stimolante fra gente di varie culture e religioni, che facevano dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo società sostanzialmente multietniche
Nel 1956 dall'Egitto furono cacciati circa 30.000 ebrei. Pian piano la Cairo cosmopolita dove circolavano lingue e culture diverse, raccontata con nostalgia dallo scrittore Naghib Mafuz, si svuota delle sue molteplici identità per conformarsi ai dettami del nuovo nazionalismo arabo

La famiglia Delburgo, di nazionalità italiana, approda nel porto di Brindisi. L'unica cosa che ha portato con sé è la propria abilità professionale, la volontà di riconquistare una vita dignitosa, la tenacia nel fronteggiare le difficoltà, quegli 'scherzi della sorte' che la storia ha spesso riservato al popolo ebraico. Fortunatamente questa vicenda amara e sconfortante ha un lieto fine. Carolina Delburgo racconta come "fummo davvero commossi e molto grati per la grande umanità con cui fummo accolti, non appena sbarcammo in Italia", alimentando in qualche modo quel mito di "italiani brava gente", così consolatorio per noi, ma purtroppo spesso smentito dalla storia e dalla cronaca. Non in questo caso, però, poiché la famiglia Delburgo riesce a integrarsi felicemente nella società italiana. Senza perdere la propria memoria e nella consapevolezza che niente è mai garantito per sempre: "Ricordatevi che siamo ebrei e...non esiste generazione che non venga colpita da circostanze e fatti incresciosi. È capitato a vostro padre che è vissuto in Europa, ma è capitato anche a me che sono vissuta in Africa...Quando scoppia un conflitto le autorità portano via tutto quello che possono: casa, auto...prosciugano i conti bancari...ma di una sola cosa non potranno mai impossessarsi né mai toccare: la vostra cultura, quello che avete studiato e quello che gli studi vi avranno insegnato a capire!" rammenta Carolina alla figlia adolescente.

Ebbene, la memoria storica serve anche a difendersi dagli errori e dagli orrori del passato. Per questo teniamo vivo il ricordo della Shoah. Per lo stesso motivo trovo ugualmente urgente ricordare le persecuzioni che gli ebrei hanno patito nei paesi mussulmani, tanto più che proprio da lì vengono oggi le più feroci minacce di una nuova apocalittica distruzione verso Israele e tutto il suo popolo. È la convenienza politica che ci spinge a tacere? O ci illudiamo forse che sia un affare fra "altri", in cui non intrometterci, come un tempo fra Hitler e gli ebrei, e che solo chiudendoci gli occhi ne resteremo fuori?

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Newsletter di Morasha.it  a cura di David Piazza - Kolòt-Voci - June 25, 2007

Carolina Delburgo "Come ladri nella notte" ed. Rotas Barletta 2006
Richiedibile gratuitamente a info@cauterium.org
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www.morasha.it  
- La porta dell'ebraismo italiano in rete

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9)      I sauditi chiedono il suicidio di Israele e subito piace la loro “proposta di pace”

(The Saudis suggest Israel to commit suicide – and call it a 'peace proposal')

By Giorgio Israel

Tempi, 19 aprile 2007
I francesi lo chiamano “langue de bois”, lingua di legno. È il linguaggio politico dell’ipocrisia, delle formule vacue miranti a difendere una versione ufficiale, anche se non ha alcun rapporto con la realtà. La “langue de bois” domina in certi commenti sulla “proposta di pace” dell’Arabia Saudita che la vantano come una nuova e grande opportunità. Al contrario, si tratta della “soluzione” più vecchia e irrealistica: il ritorno di Israele entro i confini precedenti la guerra del 1967, con la divisione di Gerusalemme in due e l’accettazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi e discendenti, generosamente stimati in 5 o 6 milioni. È una soluzione superata dalla risoluzione 242 dell’Onu – che prevede il ritiro di Israele “da” (e non “dai”) territori occupati – , dalle bozze di accordo di Camp David, ed anche dall’“intesa” di Ginevra raggiunta informalmente da esponenti “progressisti” delle due parti. Oltretutto in quelle bozze di intesa si offriva a Israele una vera pace, mentre qui si prospetta soltanto la possibilità di “relazioni normali” e non si parla di una soluzione definitiva. In sostanza, è una linea coerente con quella del governo palestinese di Hamas, che alle condizioni saudite accetta di stabilire una “hudna” (tregua) anche ventennale, per poi giungere alla fase finale della vertenza. In che senso “finale” è facile immaginare, dopo che Israele avesse accettato di accogliere sulla propria terra qualche milione di palestinesi, mettendosi in condizioni analoghe a quelle in cui si troverebbe la Polonia se accettasse di accogliere i tedeschi espulsi dai suoi territori, inclusi i discendenti: una ventina di milioni.
Chi loda la proposta saudita si esibisce in una gigantesca manifestazione di ipocrisia, il cui unico fine è di accusare Israele di non volere la pace perché non accetta di suicidarsi. Anche se al posto del debolissimo governo Olmert ve ne fosse uno capace di imporre al paese i più duri sacrifici, non potrebbe comunque accettare una proposta come quella, per tante ragioni di cui si parla spesso: Israele si metterebbe in una condizione di grave debolezza strategica, accanto a un’entità palestinese che non ne vuol sapere di offrire garanzie; il carattere drammatico di un ritiro da Gerusalemme con la rinuncia al principale luogo santo dell’ebraismo; l’impossibilità fisica di accogliere tanti palestinesi senza distruggere seduta stante il paese. Ma vi sono ragioni ancor più elementari. Israele non è riuscita ancora a riassorbire i 7000 concittadini rientrati da Gaza, che continuano in gran parte a vivere penosamente in prefabbricati. Israele è un paese con tanti poveri. Coloro che la dipingono come una ricca Sparta dovrebbero fare un viaggio per rendersi conto della realtà. Se Israele facesse rientrare di colpo 200.000 persone dal West Bank si trasformerebbe in una tendopoli. Per di più, una tendopoli sotto i missili che continuano a piovere da Gaza e che potrebbero di nuovo piovere dal Libano.
In realtà ai sauditi della pace in Palestina non importa nulla. Essi, con l’accordo della Mecca e con questo piano tentano di stabilire un terreno di intesa con l’Iran, Hamas e Hezbollah, e di rilanciare la loro influenza sul mondo arabo e islamico. La conferenza di Riyad ha offerto il solito panorama di disunione del mondo arabo e un tentativo di incollare i cocci con un accordo unanime sulla pelle di Israele. Quale governo israeliano potrà mai accollarsi di pagare da solo il prezzo di un rifiuto e di una crisi: il rifiuto della democrazia da parte del mondo arabo e islamico e la drammatica fase di debolezza dell’Occidente?

http://gisrael.blogspot.com/

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10)  L'Europa è finita parola di Mark Steyn
    di Daniel Pipes
     L'Opinione delle Libertà    -     23 novembre 2006

Pezzo in lingua originale inglese: Europe is Finished, Predicts Mark Steyn

Mark Steyn, columnist politico e critico culturale, è l'autore di un importante libro dal titolo America Alone: The End of the World as We Know (edito Regnery). Steyn combina diverse qualità che in genere non si trovano tutte insieme – humour, reportage accurato e profondità di pensiero – specie se poi esse vengono applicate a quello che può essere forse considerato come il maggior problema del nostro tempo: la minaccia islamista all'Occidente.

Steyn offre una tesi sconvolgente, ma la presenta a pezzetti, pertanto la ricostruirò qui di seguito in maniera unitaria.

Egli inizia con il retaggio di due totalitarismi. Traumatizzati dal fascino elettorale esercitato dal fascismo, nella fase successiva alla Seconda guerra mondiale, gli Stati europei furono costruiti in modo dirigenziale "per isolare quasi del tutto la classe politica dalle pressioni populiste". Con la conseguenza che l'establishment "arrivò a considerare gli elettori alla stregua di bambini".

In secondo luogo, la minaccia sovietica durante la Guerra Fredda indusse la leadership americana, intollerante delle deboli reazioni dell'Europa (e del Canada), a prendere di fatto le sue difese. Questa politica benevola e lungimirante portò alla vittoria del 1991, ma sortì altresì l'involontario e meno salutare effetto collaterale di rendere disponibili degli stanziamenti europei per costruire uno stato sociale. Questo stato assistenziale ha avuto diverse implicazioni dannose.

  • Lo stato ipergarantista ha trattato in modo infantile gli europei, incutendo in essi timori in merito a pseudo questioni come il cambiamento climatico, femminilizzando al contempo gli uomini.
  • Esso, inoltre, li ha inibiti sottraendo loro "la maggior parte delle fondamentali funzioni di adulti", a partire dall'istinto di riproduzione. Dal 1980 circa i tassi di natalità sono crollati, lasciando una inadeguata base previdenziale per i lavoratori.
  • Strutturato sulla base di un sistema teso a limitare le spese al reddito effettivo, esso equivale a uno schema di Ponzi intergenerazionale, dove i lavoratori odierni dipendono dai loro figli per le pensioni.
  • Il crollo demografico implica che i cittadini autoctoni di paesi come la Russia, l'Italia e la Spagna si trovano all'inizio di una spirale da mortalità di popolazione.
  • Esso ha portato a un crollo della fiducia che a sua volta ha generato un "esaurimento di civiltà" lasciando gli europei impreparati a lottare per il loro modo di vita.

Per continuare a far funzionare la macchina economica occorre accettare lavoratori stranieri. Piuttosto che mettere a punto un piano a lungo termine da preparare per gli innumerevoli milioni di immigrati necessari per funzionare la macchina del lavoro, le élite europee hanno giocato d'azzardo, accogliendo quasi tutto coloro che sono arrivati. In virtù della prossimità geografica, dell'overdrive demografico e di un ambiente soggetto a crisi, "l'Islam è oggi il principale fornitore di nuovi europei".

Mark Steyn

 

 

 

Se si arriverà a una fase di debolezza demografica, politica e culturale, i musulmani apporteranno dei profondi cambiamenti all'Europa. "L'Islam è giovane e volenteroso, l'Europa è vecchia e benestante". Il che, detto con altre parole: "L'Islam pre-moderno batte il cristianesimo post-moderno". Steyn prevede categoricamente che gran parte del mondo occidentale "non sopravvivrà al XXI secolo, vale a dire a un periodo che è già compreso nei confini temporali delle nostre vite, e gran parte di esso sparirà, inclusi parecchi, se non la maggior parte, dei paesi europei". Ed egli aggiunge, con toni ancor più drammatici, che "è la fine del mondo come noi lo conosciamo".

(Al contrario, io credo che l'Europa sia ancora in tempo per sottrarsi a questo destino.)

America Alone si occupa profusamente di ciò che Steyn definisce come "le più vaste forze in gioco del mondo sviluppato, che hanno lasciato l'Europa indebolita per poter opporre resistenza alla sua inesorabile trasformazione in Eurabia". La sostituta popolazione europea è già in loco e "l'unico problema consiste nel vedere quanto sarà cruento il trasferimento di proprietà". Steyn interpreta gli attentati di Madrid e Londra, come pure l'omicidio di Theo van Gogh ad Amsterdam, come i primi colpi della guerra civile in Europa e dichiara che "adesso l'Europa è una colonia".

Il titolo America Alone si riferisce alla previsione in base alla quale gli Stati Uniti – con il loro "profilo demografico relativamente in buono stato" – saranno gli unici sopravvissuti a questa dura prova. "L'Europa sta morendo e l'America no". Perciò, "l'Europa continentale, al contrario dell'America, è di chi la vuole". I lettori di Steyn sono perlopiù americani, ed egli li esorta a tenere gli occhi aperti, altrimenti la stessa cosa potrebbe accadere a loro. Per farla breve, Steyn consiglia di fare due cose.

Innanzitutto, bisogna evitare "i congestionati sistemi assistenziali europei", e considerarli né più né meno che una minaccia alla sicurezza nazionale, rimpicciolire il ruolo sociale dello stato ed enfatizzare le virtù della fiducia in se stessi e nell'innovazione individuale. In secondo luogo, bisogna evitare "eccessive proiezioni di potenza imperiale", non "trincerarsi in difesa nella fortezza americana", bensì distruggere l'ideologia dell'Islam radicale, contribuire a riformare l'Islam ed espandere la civiltà occidentale verso nuovi luoghi. Solo se gli americani "riusciranno ad avere la volontà di plasmare almeno parte del mondo emergente" non si troveranno soli a tener duro. Se non riusciranno a farlo, allora li aspetteranno "nuovi secoli bui (…) un pianeta sul quale gran parte della cartina geografica tornerà allo stato primitivo".

Tutto il materiale pubblicato in questo sito appartiene a 1980-2007 Daniel Pipes . Traduzioni di Angelita La Spada.

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11)  La fine della Guerra:  Buona sera Speranza, buon giorno Pace!

 

Da LIBERO, Milano                                                  25 settembre 2006

    Haifa : Il giorno dopo

Dalla terrazza, il cielo, azzurro, infinito abbraccia la scena, abbagliando lo sguardo che svolazza sui tetti, scivola sulla vasta estesa dell’acqua, pennellata con tutti I toni del blu, girando poi sul golfo, nuova luna che abbraccia il mare.

E` l’alba, il sole si solleva, pronto per una nuova missione, dietro le colline, sagome di cammelli, dando una timida occhiata al mondo.  Il suo rossore brucia gia` l’orrizzonte graffiandolo, segnandolo con strisce rosa e blu, note di una cantilena di un paese fatto di verita` leggendarie.

Dopo settimane di lancinanti sirene, frastruoni di missili, roghi di odio gratuito, insensato, questa mattina di settembre, qui a Haifa, ho creduto di vivere in un paese come un altro, ma l’onda di un notiziario mi risveglia dal mio torpore, realizzo che qui niente e` come altrove.

Da sempre questa terra lancia un saluto, un shalom, un invito che il mondo si rifiuta di sentire, le grida non possono descrivere una tale sofferenza.  La perdita` della vita si iscrive al di la` dell’intelleto e della comprensione umana.

I nostri giovani sono il nostro futuro e oggi sono il nostro scudo.  Ognuno di loro che cade e` una perdita` che strappa il nostro cuore, e` una parte di noi che ci lascia.

Qui D-o e` omnipresente.  Ad ogni secondo sfoggia un miracolo.  E` una vibrazione che si risente nelle viscere di tutta questa terra.  L’unione del cielo e della terra.  Delle stelle e della sabbia.

Da secoli imperi invincibili ci hanno perseguitato, dittatori spietati ci hanno torturato, personnaggi, usando il nome dell’Eterno hanno cercato di annihilire la nostra anima, folli hanno cercato di cancellare ogni traccia del nostro popolo.  Sono spariti tutti.!

E noi, gente della cima del Sinai, siamo tornati per sempre.  Israele terra e popolo della pace, per l’eternita`.

Quando duncque tutti questi sinistroidi, tutti questi antisemiti capiranno ( o vorrano capire) che possono bruciare la nostra bandiera, la nostra stella e` eterna.

Il sole si e`assopito, scoprendo sulle sue palpebre un ombretto striato di luci rosee e dorate che dissipano le tenebre.

Buona sera Speranza, buon giorno Pace.

Ruben Sonsino

Haifa-Israele

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12)  Da La STAMPA